«Il monumento della plebe di Roma» - 1886-1889

BELLI, Giuseppe Gioacchino (1791-1863). Sonetti romaneschi. Città di Castello, S. Lapi, 1886-1889.

 

PRIMA EDIZIONE della raccolta dei sonetti in romanesco del Belli, pubblicati dal nipote Giacomo con la cura editoriale di Luigi Morandi sulla base degli autografi del poeta. Tra il 1817 e il 1849 Belli compose più di duemila sonetti dialettali, che fece circolare clandestinamente durante la sua vita senza mai pubblicarli, ad eccezione di uno dedicato all’attrice Amalia Bettini che uscì in un periodico. Dopo alcune edizioni parziali apparse all’indomani della sua morte, il nipote Giacomo curò la stampa di questa edizione pressoché completa. Egli aveva infatti ereditato dal padre, insieme alla sorella Maria Teresa, le carte autografe del nonno, che nel 1898 donò alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, dove sono oggi conservate.

Gioacchino Belli fu uno dei maggiori rimatori della nostra letteratura. Grande artefice della forma sonetto, egli, attraverso una feroce satira della vita e dei costumi della Roma papalina ormai al crepuscolo, diede voce alla plebe romana in tutta la sua deflagrante forza sarcastica e dissacrante. In una inimitabile mescolanza di religiosità ed irriverenza, sacralità e vena popolaresca, egli si servì a fini satirici dello specchio deformante e grottesco del popolino romano, ma mantenne sul piano formale una perfetta misura classica.

Il Belli nacque a Roma da una famiglia benestante. L’arrivo dei Francesi nel 1798, alcune speculazioni sbagliate da parte del padre e la morte nel giro di pochi anni di entrambe i genitori, lasciarono Belli, appena quindicenne, in una difficile situazione economica. Educato presso il Collegio Romano, nel 1807 fu accolto da uno zio, che riuscì a sistemarlo nell’amministrazione della famiglia Rospigliosi.

In seguito cambiò molti uffici, ma in questo periodo la sua attività prediletta fu la frequentazione del bel mondo. Prese parte a numerosi spettacoli teatrali privati, cominciò a comporre i primi versi italiani e nel 1813 fu tra i fondatori dell’Accademia Tiberina, nata da una scissione dell’Accademia degli Elleni. Nel 1816 sposò una ricca vedova, che gli assicurò una certa sicurezza economica, permettendogli così di dedicarsi alla stesura del suo grande affresco romanesco. Negli anni seguenti compì numerosi viaggi per la penisola e venne per la prima volta in contatto con la poesia di Carlo Porta, da lui considerato un maestro.

Dopo la morte della moglie nel 1837, Belli fu costretto a cercare nuovi impieghi presso l’amministrazione pontificia. Nel 1839 pubblicò la prima raccolta a stampa di suoi componimenti in lingua (Versi, Roma, Salviucci,  1839). Negli ultimi anni fu nominato censore teatrale, compito che eseguì con scrupolo reazionario. Preoccupato che i suoi sonetti dialettali potessero nuocere alla reputazione del figlio, chiuse i suoi autografi in una cassetta, lasciando all’amico monsignor Vincenzo Tizzani il compito di bruciarli dopo la sua morte. Si spense a Roma nel dicembre del 1863.

 

Descrizione fisica. Sei volumi in 16mo. Vol. I (1889): pp. (2), CCXCIX, 256 con il ritratto dell’autore; Vol. II (1886): pp. 432; Vol. III (1886): pp. 448; Vol. IV (1886): pp. 448; Vol. V (1887): pp. 461; Vol. VI (1887): pp. 384. Brossura editoriale.

F. Govi, I classici che hanno fatto l'Italia, Milano, Regnani, 2010