La prima traduzione italiana della Bibbia - 1471

MALERMI, Niccolò traduttore (ca. 1420-1482). Biblia vulgarizata. (Venezia, Vindelino da Spira, 1 agosto 1471).

 

PRIMA EDIZIONE della prima traduzione in volgare della Bibbia.

Malermi, che fu affiancato nell’impresa dal francescano Lorenzo da Venezia, revisore teologico, e da Girolamo Squarzafico, revisore editoriale, si basò sul testo della Vulgata, ma si avvalse anche dell’ausilio di alcuni volgarizzamenti precedenti.

Il 1 ottobre del 1471 apparve un’altra traduzione della Bibbia, anonima e parziale (l’edizione è attribuita a Nicolas Jenson o ad Adam di Ammergau), in parte mutuata da quella del Malermi, che non ebbe alcun seguito. La versione di quest’ultimo ebbe invece grande successo e fu più volte ristampata fino alla fine del Cinquecento, quando la censura ecclesiastica giunse a proibirla. L’edizione del 1773 degli eredi di Niccolò Pezzana, che annuncia sul titolo la pubblicazione della traduzione malermiana, presenta in realtà tutt’altro testo.

Niccolò Malermi (o Malerbi) nacque a Venezia o Verona intorno al 1420. Nel 1471 figura ospite del monastero di S. Mattia a Murano, uno dei grandi centri di cultura camaldolese della laguna, dotato di una straordinaria biblioteca. Nel 1475 pubblicò la prima edizione in italiano della Legenda aurea di Jacopo da Varazze. Successivamente fu nominato priore e abate del monastero di S. Michele di Leme in Istria. Procuratore del monastero femminile dei SS. Cristina e Parisio di Treviso, insegnante di latino, animatore di un tentativo di riforma dell’Ordine, Malermi morì nel 1482.

 

I primi due secoli della stampa videro una vera e propria fioritura di edizioni della Bibbia in italiano. Considerando non solo le edizioni integrali, ma anche quelle contenenti o solo il Vecchio Testamento o solo il Nuovo o solo i Salmi e l’Ecclesiaste, tra il 1471 e il 1529 ci furono circa venti edizioni, tra il 1530 e il 1562 una cinquantina, negli ultimi quattro decenni del Cinquecento una ventina. Prima della metà del secolo le traduzioni furono realizzate in Italia e stampate nella quasi totalità a Venezia. In seguito maturarono ed apparvero praticamente tutte a Ginevra negli ambienti protestanti italiani, come conseguenza dei maggiori controlli delle autorità ecclesiastiche, che a conclusione dei lavori del Concilio di Trento finirono per mettere al bando tutte le stampe non autorizzate della Bibbia.

Nel periodo in questione si ebbero solo tre traduzioni complete della Bibbia: oltre a quella del Malermi, vi furono quella di Antonio Brucioli, pubblicata per la prima volta a Venezia da Lucantonio Giunta tra il 1530 (N.T.) e il 1532 (A.T.), e quella di Filippo Rustici, apparsa a Ginevra nel 1562 presso i torchi di François du Ron.

Delle tre versioni del solo Antico Testamento la più importante ed influente fu quella realizzata dal fiorentino Fra Sante Marmochino (Venezia, eredi di Lucantonio Giunta, 1538). Il Nuovo Testamento, sul quale si concentrò maggiormente l’interesse dei riformati e dei pensatori eterodossi, ebbe invece cinque traduzioni: quelle del domenicano fiorentino Fra Zaccaria (Venezia, Lucantonio Giunta, 1536) e del benedettino cassinese Fra Massimo Teofilo (Lione, 1551) e quattro anonime (Venezia, al segno della Speranza, 1545; Ginevra, Jean Crespin, 1555; Ginevra, Fabio Todesco, 1560).

Di particolare rilevanza fu senza dubbio la versione dell’umanista fiorentino Antonio Brucioli, più volte processato dall’Inquisizione per le sue idee religiose, il quale per primo tradusse i testi sacri partendo dagli originali in lingua ebraica e greca. Benché nel 1685 il grande biblista Richard Simon mettesse in discussione la sua conoscenza dell’ebraico, Brucioli ne possedeva sicuramente una seppur minima infarinatura, come testimonia la presenza di alcune opere ebraiche e di una grammatica tra i libri che gli furono confiscati dall’Inquisizione nel 1555. Egli si avvalse inoltre della collaborazione del rabbino Elia Levi.

La Bibbia del Brucioli, molto scarna al suo apparire e poi più volte ristampata con l’aggiunta di testi ausiliari di più o meno diretta impronta protestante, fu quella che maggiormente influenzò l’opera dei successivi traduttori.

I rapporti di reciproca interdipendenza tra le varie versioni dell’epoca, tuttavia, sono a tutt’oggi ancora poco studiati.

Nel Seicento fece la sua apparizione la traduzione della Bibbia che avrebbe rappresentato per secoli il punto di riferimento principale dei protestanti italiani. Ne fu artefice Giovanni Diodati, figlio di una ricca famiglia di banchieri lucchesi emigrati a Ginevra alla fine del Cinquecento, che ottenne a soli ventuno anni la cattedra di lingua ebraica. Apparsa per la prima volta a Ginevra nel 1607 e poi in edizione rivista e corretta dall’autore nel 1641, quella del Diodati fu la prima traduzione in lingua italiana basata esclusivamente sui testi originali. Essa fu più volte ristampata fino ai giorni nostri.

 

Descrizione fisica. Due parti in un volume in folio di cc. 325 + cc. 316 non numerate. Testo stampato su due colonne.

F. Govi, I classici che hanno fatto l'Italia, Milano, Regnani, 2010