Alberto Vigevani - Il vecchio del ponte Vecchio

Conobbi il vecchio molti anni fa e ho dimenticato il suo nome. Aveva una botteguccia striminzita come le altre alla fine del ponte Vecchio di Firenze, verso via dei Bardi, ed esponeva in vendita grossolani facsimili di antiche vedute fiorentine orribilmente colorati, destinati a non so che razza di turisti.

Mi venne a trovare a Milano molto tempo dopo, così che feci fatica a ravvisarlo. Ancora più vecchio, naturalmente, e curvo, il magro volto livido, come il naso a punta, fors’anche per via dell’inverno. Volle che lo accompagnassi a casa di certi suoi parenti, alla periferia, in una trasversale di via Ripamonti. Aveva un libro straordinario da mostrarmi. Straordinario lo era davvero: la prima edizione del primo libro stampato di Galileo, Il compasso geometrico e militare, tirato a Firenze nel 1606 in soli sessanta esemplari. Non lo avevo nemmeno mai visto, possedevo solo la seconda e la terza edizione. M’illusi di poterlo comprare, ma, davanti al prezzo assai alto, dovetti battere in ritirata. Sul mio rifiuto, immagino che lo abbia poi comperato, forse a un altro prezzo, il conte Rocco e che si trovi ora con tutta la sua collezione galileiana sulla sponda californiana del Pacifico, ai tempi in cui la contestazione non aveva ancora modificato la destinazione delle elargizioni dei ricchi ex allievi alle università americane. In piccola parte contribuii a formare la collezione di Rocco, che era un eccezionalmente acuto e perseverante collezionista non soltanto di libri.

Per il vecchio del ponte Vecchio, lo straordinario Compasso era stato, credo, un caso unico: non si occupava di libri.
Tuttavia, com’è regola, dove c’è stata una trota bisogna tornare con la canna in spalla. Tanto più che m’insospettiva d’incontrare sempre sull’ingresso della botteguccia o poco lontano un professore di paleografia dell’università, noto per il suo acume scientifico-commerciale: avevo comperato da lui diversi libri. Per soddisfare la mia curiosità, chiesi al vecchio, assai malfermo in salute, cosa cercasse da lui il professore, che certo non si occupava di riproduzioni di stampe fiorentine. ?Mah? disse esitando ?non la finisce mai di studiare un mio manoscritto assai antico, ma io non ho voglia di cederlo, almeno finché non mi spiega chiaramente di cosa si tratta?.

Passò qualche mese, sapevo che non si muoveva più dal letto. Poi mi arrivò, non so come, la notizia della sua morte. Un ragazzo di bottega andava avanti a vendicchiare

le stampe per conto, mi disse, di lontani eredi. A lui chiesi chi aveva comperato, penso ormai sul letto di morte, le ultime cose possedute dal vecchio. Il ragazzo capì cosa intendevo e mi dichiarò che il professore, ?quello che veniva sempre a informarsi della sua salute?, era riuscito, dato il bisogno di denaro per pagare medici e medicine, a portarsi via ?quei fogli scritti a mano, cui teneva tanto?. Venni a sapere poi che non aveva dichiarato al vecchio di cosa si trattava: non finiva mai di studiare il manoscritto. E nonostante il segreto, si venne a sapere che il professore aveva da tempo scoperto che le sue mani sfogliavano, carta per carta, le leggendarie Miscellanee Centuria secunda del Poliziano, capolavoro della filologia umanistica, che si credevano da secoli perdute e finirono (dopo esser passate per le mani di altri cattedratici – oltre al nostro, che le aveva pagate al vecchio come curiosità –, arrivando, con altissimi balzi di prezzo, al loro valore massimo) nelle mani mecenatesche di chi le salvò definitivamente per farle pubblicare.

Alberto Vigevani
La febbre dei libri
Memorie di un libraio bibliofilo
Sellerio editore - Palermo