I pm e il caso del condannato che parla su Facebook

I magistrati scrivono al Tribunale di sorveglianza di Verona A "Repubblica" aveva detto "Ho sbagliato, ho capito e ora sto pagando"
CONDANNATO in via definitiva dalla Cassazione, e costretto alla detenzione domiciliare, dopo la prima tranche dell'inchiesta per la clamorosa sottrazione dei volumi antichi dei Girolamini. Eppure libero, dalla sua villetta di Verona, di comunicare, chattare, rispondere agli amici su Facebook, anche di concedere interviste. Ma sulla posizione di Marino Massimo De Caro, l'ex direttore e svaligiatore della Biblioteca storica di via Duomo, ora la Procura di Napoli si chiede, e lo domanda riservatamente anche al Tribunale di sorveglianza di Verona: quell'uomo, accusato di reati così gravi, già condannato con sentenza passata in giudicato, attualmente imputato in un altro processo a Napoli, e indagato ancora in un altro filone, è davvero autorizzato dai magistrati veneti a fare tutto questo? Sarà libero in astratto anche di condizionare o intorbidire le acque degli accertamenti in corso, 'assunzione di altre fonti di prova?
Ecco l'ultimo retroscena, sulla mega inchiesta dei Girolamini. Dai piani alti del palazzo della pubblica accusa è partita una lettera di poche pagine. Il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, il magistrato che coordina la lunga attività istruttoria dei pm Serio, Fini e Sasso del Verme iniziata oltre due anni fa, scrive direttamente a Verona. Destinatario: il presidente del Tribunale di sorveglianza. De Caro ha ottenuto la detenzione domiciliare grazie alla battaglia compiuta dal suo avvocato, Ester Siracusa, che ha puntato sulle condizioni di salute dell'ex direttore dei Girolamini, ritenute non più compatibili con il regime carcerario. Siamo sicuri, è in sintesi l'interrogativo rispettosamente avanzato dai magistrati napoletani, che De Caro abbia ricevuto le autorizzazioni a stare a casa ma a comunicare continuamente nei modi più svariati con l'esterno? Tra gli allegati, la Procura di Napoli invia anche un'intervista concessa da De Caro a Dario Del Porto di Repubblica, un'esclusiva dello scorso 9 agosto. Ma si tratta solo di una delle numerose libertà che si sarebbe concesso il "detenuto" . Che parla anche con gli amici su Facebook, che risponde ad estimatori o critiche.
Un De Caro che si presenta come «pentito» delle sue condotte, che chiede a tutti gli appassionati di libri antichi di liberarsi «dal male». Credibile? Cosa significa quel messaggio?
Intanto, visto dal Palazzo di giustizia partenopeo, De Caro resta comunque imputato nel processo che si sta celebrando per le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla spoliazione dei Girolamini, un dibattimento che vede tra gli accusati anche don Sandro Marsano. Non solo, De caro risulta indagato anche nel filone sul peculato che vede tra i presunti complici eccellenti anche l'ex senatore Marcello Dell'Utri, il cui peso politico aveva influito non poco nell'inmcredibile ascesa di De Caro come direttore della Biblioteca tra le più prestigiose d'Europa (nonostante non potesse vantare uno straccio di curriculum). Ma De Caro è serafico nei suoi messaggi di Fb e nella recentissima intervista con Repubblcia. «Perché ho scritto quell'invito a liberarsi dal male? Nessun messaggio. È solo un modo per restituire alla società quello che tolto, sono profondamente pentito».
(co.sa. La Repubblica 25 agosto 2015)