Noi, antiquari sulle spine

n. 308 - Domenica 9 Novembre 2014 Il Sole 24 Ore

Dopo I Girolamini / L’Appello
Noi, antiquari sulle spine
di Fabrizio Govi

Nel settembre del 2011, in qualità di presidente dell’Alai, ricevetti una lettera della segretaria di Massimo Marino DeCaro (l’ex direttore della Biblioteca dei Girolamini di Napoli, al centro del maggior furto di libri degli ultimi 150 anni in Italia), il quale chiedeva di essere ammesso, prima dell’apertura ufficiale, alla fiera che, proprio in quei giorni, l’associazione stava organizzando a Bologna nel contesto di «Artelibro». Quello di avere accesso a una mostra antiquaria prima dell’apertura è un privilegio che di solito si accorda solamente a qualche alto rappresentante delle istituzioni. Di fronte al diniego mio e dell’organizzazione di «Arteli-bro»,andò su tutte le furie e disse che si sarebbe presentato accompagnato dalle forze dell’ordine, cosa che puntualmente accadde. La svolta giunge nella primavera del 2012, quando una grande partita di libri provenienti dai Girolamini (e forse anche da altre biblioteche pubbliche) finisce in vendita in una casa d’aste di Monaco di Baviera. Siamo a circa un anno dalla nomina di De Caro e la notizia è ormai giunta alle orecchie della maggior parte degli operatori del settore. Leggendo il catalogo dell’asta, emerge subito con chiarezza che circa 500 lotti, contrassegnati dal numero di due soli venditori, si riferiscono a libri molto probabilmente sottratti alla biblioteca. Viene da noi prontamente allertata l’autorità competente, che ne era comunque già al corrente, e i responsabili dell’asta decidono di ritirare i lotti incriminati. De Caro viene arrestato insieme ai suoi complici più diretti e, dopo qualche mese, pure tre librai antiquari sono fermati con l’accusa di associazione a delinquere e/o ricettazione. Ed ecco che si arriva alla farsa e il paradosso italiano si dispiega in tutta la sua amarezza. I libri sottratti dai Girolamini, a detta dei magistrati inquirenti, sono in gran parte privi di contrassegni e timbri (anche perché, sembra, rimossi in parte dallo stesso De Caro), le autorità non sono in grado di fornire un elenco dei libri rubati agli operatori del settore, quali librai, case d’aste e istituzioni internazionali attive sul mercato, e i magistrati inquirenti insieme con il Comando Carabinieri Tpc decidono, per recuperare i libri, di non collaborare con gli antiquari (considerando il mercato internazionale come un soggetto colluso, che ha assorbito i libri dei Girolamini senza battere ciglio, come dichiarato al «NewYorkTimes» dal procuratore Melillo), ma di affidarsi alle dichiarazioni interessate del De Caro, il quale, nel frattempo, pur condannato a 7 anni e a un risarcimento milionario (la Corte dei Conti ha calcolato in circa 19 milioni di euro la somma da risarcire da parte dei responsabili del furto di Napoli), ottiene gli arresti domiciliari e l’accesso a internet. Dalla sua villa nel Veronese, il reo confesso scrive email (afirma della madre) a librai e associazioni del settore, e si diverte a intorbidire le acque, lanciando segnalazioni agli inquirenti che non trovano poi riscontro nei fatti. Man mano che le indagini procedono, si assiste con crescente preoccupazione e costernazione al fatto che le autorità inquirenti, oltre a non conoscere la storia del commercio librario (cosa più che comprensibile) e a non volersi confrontare in alcun modo con gli esperti del settore (cosa molto meno comprensibile), sembrano ignorare che i libri siano dei multipli, prodotti in centinala di copie, e cominciano a confiscare alla “cieca”, per cosi dire, opere che non possono essere ricondotte ai Girolamini o ad altre biblioteche. S richiesta esplicita del De Caro, viene per esempio confiscata nell’estate del 2014 un’intera asta di libri a Roma. Due esperti nominati dall’Alai (uomini super partes provenienti dalle istituzioni; sotto ospitiamo l’intervento di uno dei due, ndr), dopo aver esaminato scrupolosamente e imparzialmente i lotti, riferiscono che un solo libro (su un totale di quasi 900), del valore di 150 euro circa, potrebbe avere una provenienza illecita, ma, non recando chiari contrassegni, non vi può essere nessuna certezza a riguardo. Le esperte nominate dalla procura, una delle quali ha presto il posto del De Caro alla direzione dei Girolamini, impiegano quattro mesi di tempo (facendo saltare più volte la vendita, con grande danno economico della casa d’aste e anche dei collezionisti privati che le avevano affidato i loro libri, uno di essi - un collezionista di vecchia data che ha comprato libri lungo tutto il corso della sua vita, ben prima che De Caro entrasse in scena - ha scritto un’accorata lettera al presidente della Repubblica su questo grave sopruso da lui subito) e, alla fine, con grande difficoltà, decidono il mantenimento in sequestro di soli tre libri del valore complessivo di 250 euro. Vengono invece restituiti i rimanenti 900 libri sequestrati nel giugno. Nelle motivazioni del sequestro si legge che i libri non hanno contrassegni, ma uno di essi risulta essere nel catalogo settecentesco della biblioteca. Con ogni probabilità, dimostratane l’indubbia lecita provenienza, anche questi tre volumi saranno restituiti ai proprietari dopo il riesame. Le conseguenze logiche che si possono dedurre da queste motivazioni, sono che le due esperte paiono ignorare le soppressioni e le spoliazioni degli ordini religiosi avvenute a più riprese dall’epoca napoleonica in poi e, ancor peggio, che tutti i libri in commercia, ancor ché privi di qualsiasi segnatura che possa farli ricondurre a une biblioteca pubblica, siano potenzialmente confiscabili dalle autorità, qualora queste ritengano che quel titolo vada necessariamente recuperato per il solo fatto che risulti presente ne catalogo dei Girolamini o di altra biblioteca. Poco importa che l’esemplare sia palesemente diverso o che la provenienza e la proprietà del bene non siano dimostrabili, le cause maggiori della salvaguardia del patrimonio dello Stato impongono di procedere. Peccato che nessuno poi vada a verificare le condizioni in cui versano le biblioteche, là dove i libri dovrebbero essere conservati; che nessuno si preoccupi di far applicare la normativa ministeriale che impone alle biblioteche di timbrare i propri libri; che nessuno voglia realmente indagare come sia stato possibile nominare De Caro alla direzione di une biblioteca.
Le autorità dello stato sembrano spesso disposte a comprimere momentaneamente il diritto di proprietà e la libertà dei cittadini senza effettuare accurati controlli preventivi, ma non paiono prestare la medesima attenzione a quello che si verifica nelle biblioteche e negli archivi. Certo è ben più facile criminalizzare un’intera categoria di commercianti! Purtroppo, se si ignora completamente la storia del commercio librario, non si capisce che i librai e le case d’asta sono parte integrante e fondamentale della “filiera” del libro antico. Se une degli elementi viene meno (biblioteche pubbliche, fondazioni, collezionisti privati, librai e case d’aste), la conservazione e lo studio dei libri antichi ne risentono inevitabilmente. La gestione, fino a oggi, dell’episodio dei Girolamini rischia, da un lato, di non essere efficace nel recupero dei libri rubati che ancora mancano all’appello (i libri ritirati dall’asta di Monaco di Baviera risultano ancora nelle mani della polizia tedesca a pim di due anni), dall’altro di distruggere il già agonizzante mercato italiano del libro antico. La vicenda s’innesta infatti su altre enormi problematiche, rappresentate dal crollo del mercato interno e dalla difficoltà ad accedere al mercato estero per una serie di normative, che penalizzano il commercio dei beni librari; la legge dice infatti che nessun bene librario avente più di 50 anni, indipendentemente dal suo valore, possa lasciare il territorio nazionale senza une licenza di esportazione (attenti quindi a varcare il confine con uno “Struzzo” del 1963 del valore di 3 euro, potreste commettere un reato penale). A causa di questa diffusa mentalità nelle istituzioni e a causa di una legge cosi restrittiva, gran parte del mercato dei più importanti pezzi italiani d’antiquariato si svolge all’estero. Gli operatori italiani si sentono in balia dei capricci e dei soprusi delle autorità, le quali, senza una vera coerenza su scala nazionale, bloccano sovente dei beni, senza poi far seguire, all’atto di notifica dell’interesse culturale, un acquisto da parte dello Stato, come dovrebbe avvenire per logica conseguenza e come avviene in tutti gli altri Paesi dove esiste une legislazione analoga. In questa situazione di totale incertezza, spesso i collezionisti rinunciano a vendere per paura che i loro beni vengano notificati e non possano quindi essere esportati. Le legge italiana sembra concepita appositamente per mortificare il mercato dell’arte, nuocendo a un settore che potrebbe invece rivestire una notevole rilevanza economica e creando, al tempo stesso, una situazione decisamente sfavorevole per la salvaguardia del patrimonio storico in mani private. Si tratta di un vero e proprio caso di autolesionismo.
Presidente ALAI

ENGLISH TRANSLATION------------------------------------------------------------------------

After the Girolamini / The Call
We, antique dealers on our toes
Fabrizio Govi

In September of 2011, as chairman of the ALAI, I received a letter from the secretary of Massimo Marino De Caro (the former director of the Library of the Girolamini of Naples, in the middle of the most stolen books of the last 150 years in Italy), in which he asked to be admitted before the official opening at the book fair that, in those days, the association was planning to have in Bologna in the context of "Artelibro." To have access to a book fair before the opening is a privilege usually given only to a few high representative of institutions. Faced with the refusal of the organization and my "Arteli-bro," he went into a rage and said he would present himself accompanied by the police, which promptly happened. The turning point came in the spring of 2012, when a large consignment of books from Girolamini (and possibly from other public libraries) ended up for sale at an auction house of Monaco of Bavaria. We are about a year after the appointment of De Caro and the news has now reached the ears of most of the trade. Reading the catalog of the auction, immediately clearly emerged that about 500 lots, marked with the number of only two vendors, referred to the books most likely stolen from the biblioteca. We promptly alerted the competent authority, which in any case was already in the know, and the management of the auction house decide to remove the lots indicted. De Caro was directly arrested along with his accomplices and, after a few months, as well as three rare book dealers were arrested on charges of criminal conspiracy and / or theft.
And here we come to the farce and the Italian paradox unfolds in all its bitterness. The books subtracted from the Girolamini, according to the prosecutors, are largely devoid of markings and stamps (because, apparently, removed in part by De Caro), the authorities are not able to provide a list of stolen books to professionals, such as booksellers, auction houses and international institutions active in the market, and prosecutors together with the Carabinieri decided to retrieve the books, not to cooperate with antique dealers (considering the international market as a subject in collusion with the thieves, that absorbed the books stolen from the Girolamini without blinking, as stated in "NewYorkTimes" by the prosecutor Melillo), but rather to rely on the statements of the concerned De Caro, who, in the meantime, was sentenced to 7 years and a millionaire compensation (the Court of Auditors estimated at around € 19 million the amount to be compensated by those responsible for the theft of Naples), was put under house arrest and with internet access. From his villa in Verona, the self-confessed thief writes emails (through his mother) to booksellers and industry associations, and likes to muddy the waters by launching reports to investigators who are not then supported by the facts.
As the investigation progresses, we witness with increasing concern and dismay the fact that the investigating authorities, in addition to not knowing the history of the book trade (which is more than understandable) and not wanting to get in touch in any way with experts in the field (which is much less understandable), seem to ignore the fact that books exist in multiple copies, and begin to blindly confiscate works that cannot be traced back either to the Girolamini or to other libraries. For example, in the summer of 2014, at the express request of De Caro, a full auction of books in Rome was confiscated. Two experts appointed by the ALAI (men from non-partisan institutions, and below we include the intervention of one of the two), after examining carefully and impartially all items, reported that a single book (out of a total of nearly 900 items), worth about € 150, might have a criminal origin, but without any clear mark, there could be no assurance in this regard. The expert appointed by the prosecutor, one of whom soon replaced De Caro at the direction of the Girolamini took four months (blowing up several times the sale, with great economic damage to the auction house as well as to the private collectors who had entrusted their books, one of whom - a collector of old books bought throughout the course of his life, long before De Caro came on the scene - wrote a heartfelt letter to the president on this serious injustice suffered by him), and finally, with great difficulty, they decided the continued seizure of only three books worth a total of € 250. They returned the remaining 900 books seized in June. In the reasons invoked for the seizure they state that the books do not have labels, but one of them turned out to be listed in an eighteenth-century catalog of the library. In all likelihood, once the undoubted legal origin has been found, these three volumes will be returned to the owners after the review. The logical conclusion that can be inferred from these arguments, are that the two experts seem to ignore the suppression of the religious orders and the spoliations that occurred several times during the Napoleonic period and then, even worse, that all the books in the trade, even without any mark that can show that they might have originated from a public library, are potentially liable to confiscation by the authorities, if they consider that the title should be necessarily recovered by the mere fact that it was present in the Girolamini catalogue or any other library. It matters little that the specimen is clearly different or that the origin and ownership of the asset are not demonstrable, the major causes for safeguarding the assets of the State require the confiscation to proceed. Too bad that no one then goes and checks the conditions in which the library, where the books should be preserved, is; that no one cares to enforce the ministerial regulation that requires libraries to stamp their books; that no one really wants to investigate how it was possible to appoint De Caro to the direction of a library.
The state authorities often seem willing to temporarily surpress the right to property and the freedom of citizens without making accurate screening tests, but do not seem to pay as much attention to what happens in libraries and archives. Of course it is far easier to criminalize an entire category of traders! Unfortunately, if you completely ignore the history of the book trade, it is not clear that booksellers and auction houses are a fundamental part of the "chain" of the old book. If each of the elements is not present (public libraries, foundations, private collectors, booksellers and auction houses), preservation and study of antique books are affected inevitably. The management of the Girolamini case, so far, has neither been effective in the recovery of the still missing stolen books (the books withdrawn from the auction of Monaco of Bavaria have been in police custody German since two years), nor has it stopped the destruction of the already dying Italian market of the antiquarian book. The story is enhanced by other big issues, represented by the collapse of the internal market and the difficulties in gaining access to foreign markets due to a number of regulations, which have restricted the trade of books; In fact, the law says that any book that was printed over 50 years ago, regardless of its value, cannot leave the country without an export license (Be careful not to cross the border with an "Ostrich" of 1963 worth € 3, you may be committing a criminal offense). Because of this widespread mentality in institutions and because of such a restrictive law, much of the market of the most important pieces of Italian antiques takes place abroad. Italian operators feel they are at the mercy of the whims and abuses of authorities, which, without any real consistency on a national scale, often block property, and then do not follow up when they send notification of a cultural interest with a purchase by the State, which should be the logical consequence and as in all other countries where similar legislation exists. In this situation of complete uncertainty, collectors often waive sales for fear that their assets are notified and can not be exported. The Italian law seems designed specifically to mortify the market, harming a sector that could instead hold a significant economic importance and creating at the same time, a situation very unfavorable for the preservation of historical heritage in private hands. It is a true case of self-harm.
ALAI President